Relazione e materiale didattico sul convegno “Ricostruire una comunità dopo ferite profonde come un terremoto”

Ecco la relazione e il materiale didattico della seconda parte dell’edizione della Scuola delle buone pratiche, che si è svolta venerdì 10 marzo 2017, dalle 15.00 alle 17.00, all’interno di Fa’ la cosa giusta! a Fieramilanocity.

Sul tema “Ricostruire una comunità dopo ferite profonde, come un terremoto“, abbiamo voluto riflettere in modo particolare su:

Quali gli elementi basilari, indispensabili, sui quali si può ricostruire un tessuto comunitario lacerato? Quale ricostruzione possibile che guardi al futuro e si ponga anche l’obiettivo di uno sviluppo in grado di rafforzare il tessuto sociale, dare certezze e sicurezza alle comunità?

E’ stato un pomeriggio profondamente commovente: le parole dei sindaci e degli esperti ci hanno portato nelle terre devastate dal terremoto dell’agosto-ottobre 2016, fra le persone sofferenti e dignitose, nei problemi che sindaci, amministratori, protezione civile, volontari hanno affrontato nei giorni terribili del sisma e nelle settimane, nei mesi successivi, e che stanno ancora affrontando. Con la speranza che anche da questa prova le persone ne possano uscire rafforzate e determinate a costruire nuove comunità dove ritrovare le proprie identità.

Come sostenere una comunità ferita: l’incontro, il dialogo, il racconto, la riflessione che sana le ferite

Fabio Sbattella, Responsabile dell’Unità di ricerca in Psicologia dell’emergenza e dell’intervento umanitario all’Università Cattolica di Milano

Posto al Prof. Sbattella l’interrogativo con cui è stata aperta questa sessione della Scuola, poste le domande sulla possibilità – se c’è – di dare certezze e sicurezza alle comunità anche dopo traumi terribili, egli, con molta serenità ha parlato del lavoro che si può fare nei contesti di emergenza, ha mostrato foto a sostegno delle sue parole, ha raccontato esperienze. Ha parlato del ruolo che gli psicologi dell’emergenza possono svolgere per aiutare le persone che subiscono calamità naturali, disastri tecnologici, incidenti industriali, chimici, sanitari, sociali.

Avvenimenti improvvisi, che richiedono alle persone che li subiscono la capacità adattarsi, reagire, ritrovare la volontà di vivere nel disorientamento e nella sofferenza.

La presenza di psicologi nei contesti di emergenza può essere utile per promuovere il benessere possibile delle persone, utilizzando le risorse che la comunità possiede e individuando quelle che si possono costruire per attivare processi che possano contrastare la distruzione materiale, economica, sociale.

Gli psicologi, giunti improvvisamente in una realtà nuova, devastata, sconosciuta … prima di tutto cercano di aiutare le persone a ricostruire relazioni: l’ascolto, l’osservazione delle dinamiche e dei fatti, la conoscenza delle abitudini e della cultura locale, le prime esperienze di ritorno ad attività quotidiane abituali possono rimettere in moto la vita delle persone e della comunità. Per tornare a vivere, alla gioia di vivere, è utile un processo collettivo di incontro, solidarietà, racconto, partecipazione al dolore proprio e altrui, attenzione agli altri. Raccontare e raccontare ancora il terremoto, l’alluvione … ricordare i dettagli, manifestare la rabbia, prendersela con l’ingiustizia, il destino, le coincidenze … ricordare i miracoli, dire la paura per una prossima possibile distruzione … aiuta a elaborare il lutto, ad affrontare l’incertezza, a riacquistare forza e anche fiducia verso il domani.

Conoscere il passato e la storia collettiva, ascoltare le narrazioni della cultura locale e delle abitudini quotidiane, analizzare i bisogni presenti personali e sociali, conoscere i limiti e le risorse, mantenere uno sguardo costante verso il futuro, dare spazio e voce ai desideri individuali e collettivi… aiuta gli psicologi ad aiutare una nuova comunità che si ricostruisce.

Incontrare le persone e fare cose insieme a loro, pranzare e cenare insieme, raccontare e ascoltare … sono momenti di scambio importantissimi per tutti. Momenti di vita che delineano la nuova comunità e la nuova vita che può sorgere dal lutto e dalla paura.

Costruire insieme spazi ricreativi, giocare e leggere insieme, andare in bicicletta, prendersi cura degli animali, vivere insieme i mutamenti che di forza intervengono nelle situazioni di emergenza, vivere le stagioni … aiuta a tornare al quotidiano, alla normalità. Tornare a scuola, riprendere a giocare, disegnare per esprimere emozioni e raccontare l’indicibile, ritrovare il contatto con la natura e la connessione internet, aiutano bambini e ragazzi a ritrovare la vita.

Per gli adulti diventa fondamentale riacquistare la propria autonomia, tornare a lavorare, gestire in prima persona la propria vita, ritrovare l’intimità familiare e la privacy con il partner. E il ruolo degli psicologi consiste proprio nello stimolare, consigliare, suggerire, seguire le persone nella realizzazione delle diverse iniziative.

Certo ci si danno obiettivi da conseguire, a breve medio e lungo termine: promuovere un comportamento attivo, contenere eventuali impulsi distruttivi, mantenere un tessuto di comunità e costruire una nuova identità collettiva, stimolare legami, promuovere comunicazione, avviare l’elaborazione del lutto, ripristinare reti sociali, proteggere i beni comuni, ripristinare abitudini quotidiane e dove possibile il lavoro, prendere decisioni, gestire le emozioni: ricominciare a vivere. E’ possibile, anche dopo catastrofi enormi: con l’aiuto di persone esperte che sappiano inserirsi con delicatezza fra i sopravvissuti e ne facilitino l’emersione dal lutto verso nuove possibilità di vita, in compagnia, nella comunità, insieme con gli altri.

Ricostruire Comunità Prof Fabio Sbattella

Dopo il terremoto, recuperare i beni artistici e culturali per l’identità della comunità.

Alessandro Delpriori, sindaco di Matelica (Macerata)

Il 10 marzo alla Scuola delle buone pratiche a Milano, il 31 marzo al G7 della cultura a Firenze, e in tanti altri appuntamenti il sindaco Delpriori, storico dell’arte, ha portato la sua esperienza, la sua voce, per sottolineare l’importanza del patrimonio culturale per l’identità di una popolazione, di un territorio.

Il patrimonio culturale del Centro Italia ha un ruolo fondamentale nella costruzione dell’Europa moderna, quindi la ricostruzione non riguarda solo i nostri territori e non solo l’Italia”, ha affermato al G7 di Firenze, chiedendo l’impegno di tutti per la salvaguardia e il recupero dei beni inestimabili coinvolti nel crollo di chiese e monumenti.

A Milano abbiamo conosciuto le competenze, l’entusiasmo, la passione di questo giovane sindaco per il recupero delle opere d’arte presenti nei territori colpiti dal sisma del 2016.

Alla Scuola delle buone pratiche ha raccontato il suo lavoro per il recupero e la salvezza delle opere d’arte presenti in tutto il territorio colpito dal sisma, convinto che il rimettere in piedi una chiesa, salvare gli affreschi e i rosoni, i dipinti e le sculture, significhi prima di tutto restituire alle persone luoghi e simboli in cui riconoscersi come comunità, una condizione indispensabile per ricostruire le vite e il futuro. Chiese demolite, palazzi storici sventrati, dipinti e sculture sepolti sotto le macerie: questa è stata la distruzione del terremoto. Praticamente tutto il patrimonio culturale di un’area geografica vasta quasi due regioni è stato come cancellato, se non per sempre, per moltissimo tempo.

”Recuperare il patrimonio artistico e culturale significa recuperare l’identità di un territorio, di una comunità; significa rimettere in piedi il nesso tra territorio e passato per guardare al futuro. Le terre colpite dal terremoto nell’Italia Centrale sono le terre di San Francesco d’Assisi, di Benedetto da Norcia, di Giacomo Leopardi, di Enrico Mattei. Sono la nostra identità. Vogliamo ricostruire conservando la nostra identità, solo così ci sarà un futuro per le nostre terre”.

E per far capire meglio ciò che intende racconta: “Una mattina viaggiavo fra le terre devastate dal sisma, a un certo punto sono arrivato nei pressi di una chiesetta, sperduta, lontana dalle vie di comunicazione, dai paesi. Mi sono fermato, sono entrato: era piena di persone, che erano lì, insieme, in un luogo simbolo della loro comunità, della loro storia. Erano lì, per consolarsi insieme, per sperare insieme nel futuro”.

A Matelica e nei paesi vicini il sindaco Delpriori ha contribuito a recuperare i beni del patrimonio artistico danneggiato, a metterli in sicurezza non in un unico grande edificio lontano da tutti, ma in più edifici vicini ai territori da dove le opere d’arte venivano recuperate: questo garantisce alle popolazioni di non sentirsi private delle proprie opere d’arte, bensì di averle ancora presso di loro. A Matelica il sindaco ha voluto un progetto che consente di fruire dei beni culturali che diversamente rischierebbero di rimanere sepolti nei depositi per chissà quanto tempo.

Così a Matelica – racconta il sindaco – è partito una sorta di laboratorio, “Matelica museo aperto”, un deposito attrezzato di tutte le opere d’arte a rischio che le renda fruibili al pubblico. Una sorta di museo temporaneo, in pieno centro storico, che dia da subito il senso di una città ancora viva, di un cuore che pulsa e che, attraverso la sua storia, potrà tornare forte”.

Lo spazio è stato trovato in un piano seminterrato di un parcheggio; una struttura nuova, antisismica e già videosorvegliata che con ulteriori migliorie può accogliere il patrimonio artistico. L’auspicio del sindaco è quello di aprire presto lo spazio, per salvare non solo una parte importante di identità, ma anche i posti di lavoro e il tessuto economico, che ovviamente potrebbe beneficiare dall’apertura di questa struttura che potrebbe contribuire a far ripartire la vita di una città che vuole investire sul turismo culturale ed enogastronomico, potendo contare non solo sulla bellezza dei musei e delle chiese, ma anche sul fascino dei suoi palazzi settecenteschi, degli scavi e dei mosaici romani, del teatro progettato da Giuseppe Piermarini, oltre che sulla produzione del Verdicchio di Matelica, il vino bianco più premiato d’Italia.

Sindaco e geologo in una zona sismica, l’esperienza di un sindaco, esperto in terremoti, che si è trovato ad affrontare uno dei sismi più devastanti della sua città e dell’Italia centrale.

Emanuele Tondi, sindaco di Camporotondo di Fiastrone e Direttore della sezione di Geologia dell’Università di Camerino

Lo sapevamo, io e i miei colleghi dell’Università, lo sapevamo che un terremoto devastante sarebbe arrivato: prima o poi sarebbe arrivato, lo dice chiaramente questo grafico” esordisce subito il sindaco nel suo racconto ai presenti. E mostra un grafico che presenta terremoti distruttivi scuotere queste terre una volta ogni 350 anni circa. “Noi lo sapevamo, vedete, le ultime grandi devastazioni si sono verificate tra il 1700 e il 1730, quindi il nuovo terribile terremoto sarebbe arrivato. Però speravamo che ci desse ancora un po’ di tempo, che si presentasse tra 20-30 anni. Invece, è arrivato, ora, mentre sono sindaco”. E come tutti gli altri sindaci di questi paesi martoriati, si è attivato per far fronte alle emergenze: ricerca delle persone vive, assistenza ai feriti e alla popolazione, recupero e soccorso delle persone che si trovavano in frazioni isolate, predisposizione di luoghi dove accogliere le persone senza casa, ricognizione dei danni su abitazioni, patrimonio artistico-culturale ed edifici pubblici, ricerca di soluzioni abitative alternative e sostegno alle attività zootecniche, ripristino della viabilità, delle infrastrutture e dei servizi essenziali gravemente compromessi. Consapevole, lui che è un esperto di sismi, che le scosse non si sarebbero fermate alla prima del 26 agosto, ma che avrebbero potuto proseguire, che avrebbero potuto attivarsi altre faglie, che avrebbe potuto essere coinvolto il territorio di Norcia, come poi è successo.

Qui, alla Scuola delle buone pratiche, il sindaco spiega le dinamiche dei terremoti, i comportamenti delle faglie, la possibilità di prevedere la magnitudo massima possibile dei terremoti, e poi, facendo un’analisi dell’evoluzione spazio – temporale dei terremoti avvenuti nel passato, come sia possibile prevedere dove ci sarà, con grande probabilità, il successivo.

Quindi tende a rassicurare i presenti, mostra cartine e grafici, si espone fino a dire che quasi sicuramente ora tutta l’energia accumulata ha prodotto i suoi effetti, che nell’Italia centrale non dovrebbero più esserci scosse devastanti, almeno per alcuni anni. Dice che ora i terremoti dovrebbero spostarsi verso sud.

Afferma che si possono evitare la perdita di vite umane e i crolli degli edifici, basta fare prevenzione e costruire rispettando le norme antisismiche, cosa che evidentemente non viene fatta. Questo lo sapevano anche la protezione civile e il governo, ed erano anche stati assegnati finanziamenti ma poi la macchina burocratica, l’incapacità di gestire queste situazioni e il fatto che, quando non c’è, il terremoto non è una questione prioritaria, hanno comportato che nessuno facesse nulla.

Quindi, anche questo terremoto, ci invita a prestare maggiore attenzione alle misure antisismiche e alla prevenzione, perché sono queste le condizioni che possono salvare le vite delle persone.

Camporotondo

Tondi Scuola Buone pratiche 3-2017

Essere sindaco di un comune distrutto all’80% dal terremoto

Giuliano Pazzaglini, sindaco di Visso (Macerata), uno dei Comuni più colpiti dal sisma del 2016.

Eravamo qui un anno fa, eravamo felici: raccontavamo esperienze belle che stavano organizzando nel nostro Comune, parlavamo di baratto amministrativo e di ciò che stavamo facendo a Visso” ci dice subito il sindaco Pazzaglini. “E oggi ho voluto ritornare, nonostante le difficoltà, nonostante le condizioni del mio paese e della mia gente, perché desidero incontrarvi di nuovo, condividere con voi le mie preoccupazioni”.

Preoccupazioni enormi, quelle del sindaco, dettate soprattutto dalla burocrazia, da quell’infernale macchina dello Stato che blocca tutto, che non chiarisce a chi spettano le autorizzazioni, che non capisce i tempi dell’emergenza e delle decisioni che non si possono rinviare. La burocrazia che blocca la ricostruzione, che fa solo danni. C’è amarezza, delusione e anche rabbia nelle parole del sindaco, che critica il modo in cui è stata gestita l’emergenza e viene gestita la ricostruzione. Chiede un coinvolgimento maggiore dei Comuni e delle persone, che sanno quali sono i problemi prioritari e sanno dare indicazioni. Fa riferimento alla mancanza delle stalle, agli animali persi durante l’inverno, alle condizioni in cui sono sopravvissuti. Parla delle case non crollate che però non vengono controllate, per cui non si sa se potrebbero essere abitate.

Racconta della difficoltà a trovare aree adatte dove collocare le casette, e dei tempi che si allungano, delle strade interrotte e di quelle danneggiate, della strada necessaria per Castelluccio perché a marzo si deve seminare la lenticchia, e perché si deve riprendere il lavoro, che fa sentire le persone ancora vive. Racconta degli aiuti non ancora pervenuti a professionisti e commercianti, delle difficoltà con i cittadini sfollati.

Un quadro impressionante, che dà le dimensioni e le misure di un’emergenza di cui il sindaco sente tutto il peso sulle sue spalle senza avere mezzi e poteri per farvi fronte.

Una cosa però ha funzionato proprio bene – dice infine il sindaco – ed è la solidarietà. Tantissimi i messaggi e gli aiuti ricevuti da ogni parte d’Italia, con donazioni di soldi e beni di prima necessità (alimenti, foraggio …). Instaurato rapporti con altri comuni, associazioni e migliaia di privati che hanno dimostrato il meglio di un’Italia che c’è, anche quando ci sono inefficienze degli enti istituzionali. E poi ci siete voi, con la vostra Scuola, che ci avete voluto qui, e vi ringraziamo.”

Come ricostruire?

Cesare Spuri, Direttore ufficio speciale per la ricostruzione post sisma 2016 della Regione Marche

Non semplice la posizione dell’ingegner Cesare Spuri, designato dalla regione Marche a seguire le politiche integrate di sicurezza e per la protezione civile, e a occuparsi di tutti gli adempimenti relativi alla ricostruzione. Nel suo racconto, ha cercato di descrivere le attività e gli adempimenti di cui è responsabile per la Regione: pianificazione urbanistica connessa alla ricostruzione; istruttoria sulla compatibilità urbanistica degli interventi richiesti a norma della legislazione vigente per il rilascio dei titoli abilitativi e dell’autorizzazione paesaggistica; istruttoria e proposta di erogazione del contributo e tutti gli altri adempimenti relativi alla ricostruzione privata; attuazione degli interventi di ripristino o ricostruzione di opere pubbliche e beni culturali, realizzazione delle soluzioni temporanee per consentire la rapida ripresa dei servizi a supporto della popolazione terremotata; attuazione di ogni altro intervento di competenza degli enti locali necessari ai fini della ricostruzione. 

Incarico niente affatto facile, quello dell’ingegnere, sia per le responsabilità che gravano sulla sua figura, sia per le decisioni del Governo di gestire la ricostruzione in modo diverso da quella del 1997, così che è tutto da riorganizzare, soprattutto nei rapporti con i Comuni, con la protezione civile e il commissario Errani, e nelle clausole burocratiche che non sempre facilitano tempi e modi di fare le cose. Ipotizzabili periodi di stallo tra emergenza e ricostruzione, inevitabili in situazioni complesse come quelle create dal sisma: sopralluoghi da fare, ordinanze di difficile applicazione, rischio di affrontare la ricostruzione tralasciando il tessuto economico sociale del territorio, difficoltà a delineare una visione d’insieme necessaria perché la ricostruzione produca frutti.

Si confida nell’impegno degli organi politici della Regione, dei Comuni, della Protezione civile, del Commissario straordinario, dei tecnici dei territori e dei cittadini per procedere a una ricostruzione veloce e adeguata alla vita che dovrà riprendere su queste terre.

Presentazione_SISMA2016 Cesare Spuri

Erano previsti anche gli interventi di Andrea Galbusieri, Direttore Infrastrutture Edili e Opere Idrauliche di Metropolitana Milanese, che affianca da un punto di vista tecnico e strutturale il comune di Amatrice, Andrea Mondin, di Edilcasa cooperativa edile di Biella,  Silvia De Paulis, dell’Ente Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, e Roberto Brioschi, REES Marche, però proprio per l’intensità degli interventi, il tempo non è bastato.

Alla fine dell’incontro è emerso il desiderio e la necessità di ritrovare “uno spazio e un tempo” per continuare questa riflessione. Per questo stiamo organizzando per l’autunno una sessione della Scuola delle buone pratiche nelle zone terremotate.

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